Sacrificio

“Senza titolo 12/10/22” 

Senza titolo non significa niente. Ovviamente questa istallazione ha un titolo, almeno ha una descrizione. Già è la fotografia di una istallazione. Si vede una treccia, la mia, ed è stata tagliata da Sabrina la parrucchiera ma non è questa la performanza. La piantana è un lavoro artigianale fatto da un fabbro di Corsica, Patrice, ma non c’entra. Oppure ricollega tra i due paesi in cui vivo l’oggetto “sacrificato”. Il fondo è una lenzuola che uso per fotografare i lavori di scultura, però non è ne scolpito ne modellato. Cosa ho “fatto” io? Del verbo FARE che lega l’artista o l’artigiano al suo lavoro? Ho solo chiesto alla parrucchiera di non buttare la treccia, perché sapevo questo taglio motivato da qualcosa. Poi l’ho fissata ad un filo di ferro nel gambo della piantana e fatto la fotografia. Quindi quale è la domanda esattamente: Questo è una fotografia? Questo è una  istallazione? È una scultura? Questo è un concetto? Il quale? Alla fine solo il “perché” può spiegare se è arte o no, e che tipo di arte. Perché. 
Proviamo liberarne un eventuale titolo : Autoritratto
A partire del titolo si può capire qualcosa perché sappiamo che un autoritratto deve rappresentare una persona in un modo o un altro. In quel caso l’autoritratto sembra assente, oppure impertinente carico di insolenza. La mia faccia non c’è. Spesso vediamo selfies circolare sui social quando qualcuno esce dalla bottega della parrucchiera per fare vedere di quanta bellezza dispone, e ciò che non si vede corrisponde alla quantità di capelli tagliati rimasti a terra nella bottega. Io faccio il contrario, faccio vedere ciò che normalmente dovrebbe essere rimasto a terra, faccio vedere il ‘tagliato”, il tolto, il sacrificato, l’assente, ciò che sul ritratto vero risalta vuoto o invisibile, ciò che non c’è più, la treccia. In quel periodo le donne del mondo in sostegno al quelle di Iran si tagliano i capelli ma io non lo faccio per quel motivo. Rimane in comune il concetto di sacrificio, ma non è legato alla libertà delle donne. È legato al concetto di percorso, del caminare, del nomadismo degli uomini che si spostano per motivi vari. Per anni ho portato la treccia per andare a Firenze. A Carrara non c’è ne Firenze ne la mia treccia, e questo è l’unica realtà. L’assenza, la mancanza, il cambio che necessita un sacrificio, ed è quel sacrificato messo su piedistallo. Se ho messo il sacrificio su un piedistallo significa che nonostante si tratti “apparentemente” di solo un mazzo di capelli, il sacrificio è importante. I capelli sono una parte superficiale di noi stessi, lega la donna alla storia della bellezza dell’erotismo del fascino, i cappelli sciolti nel vento della Venere, un quasi niente che nell’arte porta forti significati. Si potrebbe interpretare che io, tagliando i miei cappelli, avrei sacrificato la mia bellezza, però non sono ne più ne meno bella. Il sacrificio non riguarda il superficiale di me stessa. Questo autoritratto non riferisce alla “mia” bellezza, ma ciò che ho sacrificato.
La bellezza sta nel valore del sacrificio. Sapendo che non scrivo tutto, il sacrificio contenuto ha anche una dimensione altrove, nascosta, privata, che appartiene all’intimo di me e di esseri strettamente collegati a me. I legami. I capelli. Fili fragili sottili e cosi importanti. Ciò che non si vede in quel autoritratto sono io, e tutto ciò che non ho rivelato. Questo atto artistico rappresenta il concetto di sacrificio attraverso un istallazione di cui rimane una fotografia, che, privo della conoscenza di chi sono, nessuno capisce.